LA COREA E LA STRADA VERSO LA PACE

LE PROSPETTIVE DI PACE IN COREA

Dopo aver dedicato alcuni articoli alla Corea ( Corea 1; Corea 2; Corea 3; Corea 4 ), e due all’approfondimento del Programma Nucleare e Missilistico nordcoreano, passando per i due articoli sulle possibilità di una guerra innescata da Corea del Nord o dagli Stati Uniti, adesso proviamo ad analizzare le prospettive del repentino mutamento del clima di pace che si sta registrando nei pressi del 38° parallelo, soprattutto dopo lo storico vertice inter-coreano di Aprile.

STORIA DI UN ANNO FA

Esattamente un anno fa la crisi coreana assumeva toni decisamente più critici di quelli odierni, basti pensare ai lanci missilistici in direzione dei confini giapponesi dello scorso aprile 2017. Test balistici effettuati a più riprese, nonostante i moniti degli Stati Uniti e dei loro alleati asiatici, messi alle strette dalla ritrovata temerarietà nordcoreana, a cui il neo-presidente americano Donald Trump non esiterà a reagire minacciando di intervenire unilateralmente, annunciando l’invio di “un’invincibile armada”, che tuttavia, una volta salpata da Singapore, si dirigerà verso l’Oceano Indiano, ben lontano dalle coste coreane, dando l’opportunità alla propaganda di Pyongyang di rivendicare il cambio di rotta, addebitandolo all’efficacia della minaccia di affondamento della flotta USA. Il clima internazionale peggiorerà ulteriormente nel corso dell’estate 2017, quando il 4 Luglio, nel giorno dell’indipendenza americana, i nordcoreani testeranno con pieno successo il razzo Hwasong-12, un missile intercontinentale capace di recapitare una testata nucleare in territorio americano. In tale occasione, i sudcoreani reagiranno per la prima volta al test missilistico nordcoreano, effettuando a loro volta il lancio di alcuni missili Hyunmoo-2, missili a raggio medio di produzione autoctona. L’atteggiamento sudcoreano assumerà per la prima volta un approccio deciso e per certi versi speculare ai fratelli del nord.

Successivamente al lancio dell’ICBM, l’intelligence USA denuncerà la capacità degli scienziati nordcoreani di assemblare una testata nucleare, permettendo alla retorica aggressiva del presidente americano Donald Trump di toccare nuovi picchi, minacciando “fuoco e furia” contro il governo di Pyongyang. Le minacce di Trump, non intimidiranno più di tanto Kim Jong-Un, che anzi rilancerà ipotizzando un possibile attacco nucleare contro l’isola di Guam, dove sorge una delle basi strategiche degli Stati Uniti, che pur giudicando remota tale ipotesi, continuavano a temere la possibilità che un uno dei test missilistici potesse essere diretto in prossimità della loro isola asiatica, una eventualità che non avrebbe permesso di distinguere l’ennesimo test balistico da un vero e proprio raid nucleare. L’escalation retorica, venne esasperata in concomitanza di una delle ricorrenti esercitazioni militari che l’esercito americano è solito effettuare con l’esercito sudcoreano in prossimità dei confini con la Corea del Nord, che non mancò di reagire a proprio modo, effettuando nuovi test missilistici, arrivando ad indirizzare uno dei razzi all’interno dello spazio aereo giapponese, provocando l’ennesima condanna del Consiglio di Sicurezza ONU. In quell’occasione Trump non mancò di contestare l’approccio conciliante con cui le precedenti amministrazioni USA avevano trattato la questione nordcoreana, sostenendo l’inutilità dei canali diplomatici e l’inefficacia delle sanzioni internazionali predisposte dall’ONU.

missile corea del nord kim jong un hwasong
( Kim Jong-Un presiede il lancio di un missile )

I nuovi test missilistici nordcoreani, indussero gli americani a simulare una serie di raid aerei nei pressi dei confini con la Corea del Nord, operati da alcuni bombardieri supersonici B-1B e da alcuni nuovi F-35 stealth. Qualche giorno dopo questa stretta serie di provocazioni reciproche, i nordcoreani sconvolgeranno il mondo, testando con pieno successo il loro primo ordigno termonucleare, facendolo detonare all’interno di una montagna situata nel nord-est del paese, nello stesso sito dove nel 2006 era stato effettuato un fallimentare test nucleare. Il giorno dopo il clamoroso test nucleare, la Corea del Sud effettuerà una serie di test missilistici accompagnati da alcuni raid aerei simulati dai loro F-15.

L’INASPRIMENTO DELLE SANZIONI

Sul piano politico, gli Stati Uniti reagirono al test nucleare nordcoreano promuovendo una risoluzione ONU che al netto della solita retorica aggressiva, si limitò a stringere ulteriormente il regime di sanzioni contro Pyongyang, a causa del veto che Cina e Russia continuavano a imporre su ogni possibilità di embargo totale, a cui la Corea del Nord avrebbe verosimilmente reagito con un attacco unilaterale dagli esiti imprevedibili, situazione non poi così diversa da quella che nel 1941 portò il Giappone a spezzare l’embargo, “attaccando a sorpresa” gli Stati Uniti a Pearl Harbor. La risoluzione venne stemperata in particolar modo dalla Cina, che pur non ostacolando le sanzioni esercitando il proprio diritto di veto all’interno del Consiglio di Sicurezza ONU, riaffermerà comunque la necessità di una risoluzione pacifica della crisi, dissuadendo gli americani dal trascinare le due Coree in una nuova guerra. La posizione cinese verrà rinforzata dal sostegno della Russia, che per mezzo del suo Presidente Putin sottolineerà l’inutilità di nuove sanzioni internazionali contro la Corea del Nord, giudicando totalmente improduttiva la spirale retorica militarista che l’amministrazione USA stava alimentando contro il governo di Pyongyang.

Russia e Cina memori dell’origine della crisi coreana, innescata proprio dal ritiro della delegazione sovietica dal Consiglio di Sicurezza negli anni 50 per protesta contro il mancato riconoscimento cinese, hanno evitato di fornire pretesti agli Stati Uniti per sganciarsi dal diritto internazionale, sventando la possibilità di un intervento militare unilaterale simile al copione iracheno. Russia e Cina da parte loro confidavano di convincere la Corea del Nord a garantire una moratoria dei lanci missilistici, in cambio della riattivazione dei colloqui diplomatici 5+1 con gli USA. Ad ogni modo, mentre l’asse sino-russo operava nella ricomposizione politica della crisi, la NATO per voce del suo segretario Stoltenberg avanzerà la possibilità di un coinvolgimento dell’Organizzazione atlantica nella crisi nordcoreana, glissando tuttavia sull’intervento dell’art 5 del trattato, che obbliga i paesi alleati a difendersi reciprocamente in caso di attacco subito, ma che invece esclude tale solidarietà in caso di iniziative militari unilaterali.

Conisglio Sicurezza ONU Sanzioni Corea
( Consiglio Sicurezza ONU )

LE MINACCE MILITARI E LA DIPLOMAZIA STEALTH

Ad ogni modo, il nuovo giro di vite alle sanzioni, verrà accolto dall’ennesimo lancio missilistico nordcoreano, che interesserà ancora una volta lo spazio aereo giapponese. Qualche giorno dopo questa turbolenta serie di eventi, il presidente americano Donald Trump, prendendo parte all’Assemblea Generale dell’ONU, ne approfitterà per minacciare la completa distruzione della Corea del Nord, nel caso in cui il suo leader Kim Jon-Un provasse ad attaccare gli Stati Uniti o i loro alleati, non risparmiando pesanti critiche alla Cina, accusata di coltivare rapporti con un paese che minaccia il mondo mediante l’uso di armi nucleari. Le minacce americane troveranno risposta qualche giorno dopo, quando il leader nordcoreano Kim Jong-Un bollerà il tempestoso intervento di Trump alle Nazioni Unite come i deliri di un vecchio folle, che il capo della diplomazia nordcoreana presente a New York, non esiterà a paragonare al latrato di un cane, paventando addirittura la possibilità di testare un ordigno nucleare in pieno Oceano Pacifico. La retorica particolarmente aggressiva utilizzata da Trump all’ONU verrà interpretata dalla Corea del Nord come un atto di guerra, che tuttavia il governo americano si affretterà a smentire, per voce dell’allora Segretario di Stato Tillerson, secondo cui gli Stati Uniti si mantenevano aperti al dialogo con Pyongyang, lasciando intendere la volontà di provare ad intavolare negoziati diretti, di cui il presidente USA sembrava diffidare, considerandoli una mera perdita di tempo, che non gli ha impedito di reinserire la Corea del Nord all’interno della lista degli stati sponsor del terrorismo.

Con ogni probabilità, sarà proprio durante questo turbolento periodo che gli americani intensificheranno gli sforzi negoziali, mantenendo un “profilo diplomatico stealth”, a cui verosimilmente ricorrevano da molto più tempo Cina e Russia, senza di cui difficilmente i nordcoreani avrebbero potuto reggere la pressione americana. Mentre la retorica militare si alternava alla “diplomazia stealth”, all’interno dell’opinione pubblica sudcoreana cominciava a farsi largo l’idea di sviluppare un proprio programma nucleare, parallelamente alle richieste di ridislocare nuovamente le armi nucleari che gli Stati Uniti avevano ritirato solo qualche anno prima, per effetto della fine della guerra fredda. L’apice della crisi coreana verrà toccata nel Novembre 2017, quando la Corea del Nord testerà con pieno successo lo Hwasong-15, un nuovo missile intercontinentale pesante, accreditato di una gittata tale da permettere di recapitare una o più armi nucleari praticamente d’ovunque nel mondo. Questo ulteriore successo balistico nordcoreano, segnerà l’ascesa della Corea del Nord all’interno del club delle potenze nucleari, dimostrando non solo di essere in possesso di armi nucleari, ma anche in grado di poterle alloggiare su vettori intercontinentali, di cui tutt’oggi risultano prive potenze nucleari del calibro di Israele, Pakistan e addirittura India.

missile hwasong-15 corea del nord
( Il missile intercontinentale Hwasong-15 )

Il test nucleare ed il collaudo del missile Hwasong-15, segneranno l’apogeo del programma nucleare nordcoreano, permettendo a Kim Jong-Un di conseguire quel capitale politico, che solo il possesso di armi nucleari riesce a dare all’interno dell’ordine internazionale moderno, uno strumento lungamente inseguito da Kim il-Sung prima, e da Kim Jong-il dopo. Infatti, successivamente agli ultimi clamorosi test, la retorica aggressiva nordcoreana si attenuerà repentinamente, mettendo Kim Jong-Un nelle condizioni di avviare una partita nuova, meno militare e più politica, considerando la possibilità di inviare una delegazione sportiva nazionale alle Olimpiadi che la Corea del Sud si apprestava ad ospitare nei primi mesi del 2018. L’inaspettata apertura nordcoreana, catalizzò l’attenzione del neo-presidente sudcoreano Moon Jae-in, particolarmente sensibile alla questione della riconciliazione coreana, uno dei cavalli di battaglia con cui è riuscito a farsi eleggere alla guida della Corea del Sud solo qualche mese fa. Il governo di Seul incuriosito dall’anomala, ma allettante, offerta nordcoreana, si attivò immediatamente per sondare le effettive intenzioni di Kim Jong-Un, riallacciando quei contatti diretti che lo stesso governo di Pyongyang aveva interrotto solo due anni prima.

IL CLIMA DISTENSIVO OLIMPICO

Malgrado le non indifferenti ritrosie americane, il governo sudcoreano invierà una delegazione negoziale in Corea del Nord che riscontrerà le condizioni per la partecipazione della Corea del Nord alle Olimpiadi, invitandola addirittura a sfilare sotto un unico vessillo alla cerimonia di inaugurazione, vincendo l’opposizione di Washington che arriverà anche a prendere in considerazione la possibilità di boicottare i giochi in caso di coinvolgimento nordcoreano. Ad ogni modo, gli Stati Uniti non diserteranno cerimonia di inaugurazione olimpica, inviando il Vice-Presidente Pence, che condividerà la platea d’onore con Kim Yo-Jong, l’influente sorella del leader nordcoreano Kim Jong-Un. Approfittando del clima di distensione olimpico, Kim Yo-Jong riuscirà a catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica locale e mondiale, accattivandosi le simpatie del governo sudcoreano, soprattutto con il presidente Moon Jae-in con cui instaurerà un rapporto di fiducia particolarmente proficuo per la distensione delle storicamente tese relazioni bilaterali inter-coreane. La presenza della giovane Kim Yo-Jong, e i suoi atteggiamenti cordiali hanno contribuito a destrutturare la percezione sudcoreana dell’establishment nordcoreano, tradizionalmente identificato con rigidi ufficiali in divisa militare.

Kim Yo-Jong Corea del Nord Moon Jae-in Corea del Sud
( Kim Yo-Jong e Moon Jae-in in Corea del Sud )

La delegazione nordcoreana in visita in Corea del Sud avrà modo di consegnare al presidente sudcoreano Moon Jae-In una lettera in cui Kim Jong-Un lo invitava ad impegnarsi nella promozione di negoziati diretti, finalizzati a riaprire il processo di riconciliazione della “Sunshine Policy”, interrotta nel 2008. L’invito del leader nordcoreano verrà accolto con favore dal governo di Seul, che dopo aver discusso dell’opportunità con gli Stati Uniti, si predisporrà per organizzare un vertice inter-coreano a sud della linea demilitarizzata. Sorprendentemente, l’amministrazione americana non si limiterà ad avallare il vertice bilaterale, annunciando addirittura la disponibilità ad organizzare un vertice simile tra il presidente Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-Un, finalizzato a discutere le premesse di una possibile denuclearizzazione della penisola coreana, mettendosi alle spalle mesi di insulti reciproci, accompagnati da minacce di mutua distruzione. L’intenzione di riaprire i canali negoziali da parte di USA e Corea del Sud venne seguita da alcuni incontri preparatori in Finlandia, dove le rispettive delegazioni diplomatiche concorderanno le condizioni preliminari al vertice tra i loro due leader.

IL RUOLO DELLA CINA

I sudcoreani dopo aver sentito il parere americano, si sono attivati anche sul versante cinese, chiedendo l’intermediazione di Xi Jinping, che a sua volta accoglierà con particolare favore l’intenzione di organizzare un vertice inter-coreano, propedeutico alla riapertura dei canali diplomatici. Il governo di Seul era ben conscio che qualsiasi processo di riconciliazione oltre a coinvolgere gli Stati Uniti, doveva necessariamente coinvolgere anche la Cina, che di Pyongyang continuava essere garante internazionale, dai tempi della guerra di Corea del 1953, culminata con un precario trattato di armistizio che oltre alla Corea del Nord e le Nazioni Unite rappresentate dagli USA, annovera tra i suoi contraenti anche Pechino, senza di cui ogni tentativo di tradurre l’armistizio in un trattato di pace definitivo risulterebbe vano. Sul finire di Marzo, approfittando del proficuo clima distensivo post-olimpico, il leader nordcoreano Kim Jong-Un, darà ulteriore impulso all’offensiva diplomatica nordcoreana effettuando la sua prima storica visita in Cina, a bordo del suo treno blindato, incontrando il presidente cinese Xi Jinping, con cui discuterà dello stato della loro pluridecennale alleanza fondata sulla comune ideologia comunista. Oltre alle affinità ideologiche, Cina e Corea del Nord, sono inoltre legate da un accordo di mutua difesa militare, che le obbliga a sostenersi reciprocamente, in caso di aggressione straniere, vincolo che condiziona tutt’oggi l’approccio americano alla crisi coreana.

Tuttavia, nonostante la storica alleanza sino-coreana, Xi Jinping e Kim Jong-Un, hanno mantenuto rapporti a dir poco contraddittori, incontrandosi per la prima volta solo nel 2018, suscitando più di qualche dubbio sul reale stato delle loro relazioni politiche, tanto da polarizzare gli indirizzi degli analisti internazionali tra chi sosteneva che il vertice fosse il tentativo di Kim Jong-Un di sondare fino a che punto i loro alleati cinesi fossero effettivamente disposti a sostenerli nel confronto politico con gli Stati Uniti, e chi invece sosteneva fosse un vertice con cui i cinesi indirizzavano le linee guida del processo di distensione da loro promosso. Sul ruolo della Cina nella crisi coreana si è aperto un dibattito apertissimo, che contrappone la tesi di una Cina intenzionata a condizionare la condotta nordcoreana dirottandola su di un piano conciliante aperto al dialogo con gli USA, alla tesi che presenta la crisi nucleare come una strategia politica con cui Pechino intende rimodulare lo status-quo asiatico, partendo proprio dagli equilibri militari all’interno della penisola coreana, costringendo gli USA a ridurre la loro presenza in Corea del Sud, prospettiva, tra l’altro, auspicata a anche dalla Russia.

Kim Jong-Uun Corea del Nord e Xi Jinping Cina
( Kim Jong-Un incontra per la prima volta Xi Jinping in Cina )

I RECENTI SVILUPPI POLITICI

Alla fine di Marzo, una delegazione diplomatica americana di alto profilo guidata dal capo della CIA si è recata segretamente in Corea del Nord, dove ha avuto modo di incontrare Kim Jong-Un, sondando la sua effettiva volontà di discutere lo smantellamento del programma nucleare. Questa prospettiva verrà discussa proprio durante il vertice sino-coreano, quando il leader nordcoreano avanzò per la prima volta la possibilità di smantellare il proprio programma nucleare, a condizione che gli Stati Uniti rinunciassero a minacciarli, impegnandosi a convertire l’armistizio del 1953 in un trattato di pace definitivo, che permettesse l’instaurazione di relazioni diplomatiche stabili. Tra le condizioni avanzate da Kim Jong-Un, non si fa menzione del contingente militare americano dislocato in Corea del Sud, tuttavia è verosimile pensare che i nordcoreani perseguano un sostanzioso ridimensionamento del dispositivo militare statunitense, o quantomeno la fine delle periodiche esercitazioni militari congiunte con l’esercito sudcoreano.

Le premesse diplomatiche si concretizzeranno il 27 Aprile, quando per la prima volta dalla fine della guerra di Corea, un leader nordcoreano metterà piede in Corea del Sud, incontrando il presidente sudcoreano Moon Jae-In, che in quell’occasione avrà modo di ricambiare simbolicamente la cortesia, varcando per qualche istante il confine con la Corea del Nord insieme a Kim Jong-Un, con cui si è poi recato alla Casa della Pace per discutere delle prospettive della denuclearizzazione e della pacificazione della penisola coreana. I due leader coreani hanno infine concluso il vertice concordando nell’aprire una nuova stagione politica che archiviasse la guerra, promuovendo la stipula di un accordo di pace definitivo, propedeutico all’avvio di un percorso di riconciliazione nazionale, da sviluppare progressivamente potenziando le relazioni bilaterali ed escludendo il coinvolgimento di paesi terzi nel processo di reintegrazione coreana. In conclusione, va segnalato la nuova visita di Kim Jong-Un in Cina, dove insieme al presidente cinese hanno avuto modo di apprendere in diretta il ripudio degli accordi sul nucleare iraniano da parte del presidente USA Trump, evento che con ogni probabilità ha seriamente condizionato le prospettive negoziali con gli Stati Uniti, inducendoli a coordinare una variante significativa alla loro strategia diplomatica.

Kim Jong-Un Corea del Nord e Moon Jae-in Corea del Sud
( Kim Jong-Un incontra Moon Jae-in in Corea del Sud )

CONCLUSIONI

Solo un anno fa, discutere di una possibile riconciliazione coreana sarebbe stato impossibile, addirittura la possibilità di un incontro tra Trump e Kim Jong-Un sarebbe stata tranquillamente archiviata come un fervido esercizio di fantasia geopolitica, che nemmeno i più ottimisti avrebbero potuto anche solo ipotizzare. Tuttavia la storia non di rado prende corsi tortuosi, che non di rado spiazzano perfino gli analisti più capaci, soprattutto quando i suoi protagonisti sono personaggi del calibro di Donald Trump, abituato a spiazzare i pronostici con le sue non inconsuete iniziative audaci, anche se non è da sottovalutare la possibilità che l’incontro con Kim Jong-Un sia stata proprio una sua deliberata iniziativa, in linea con quando annunciato durante la campagna elettorale, quando avanzò la disponibilità ad incontrare il giovane leader nordcoreano, ipotizzando addirittura la possibilità di costruire una relazione amichevole. Se il mondo si sta progressivamente abituando all’insolito approccio politico di Trump, continua ad essere intimorita da Kim Jong-Un che per molti analisti continua a rimanere un’incognita difficile da decriptare, di certo non è quel folle che i mass-media vogliono farci credere, dando credito all’immagine grottesca di un ragazzino sghignazzante intento a giocare alla fine del mondo lanciando missili qua e là, che la propaganda nordcoreana ha volutamente trasmettere al mondo, per catalizzare efficacemente l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.

Malgrado la sua giovane età, Kim Jong-Un ha dimostrato di essere in grado di gestire le insidie che alcuni alti papaveri del Partito dei Lavoratori Coreani (PLC) hanno provato a tenderli dal 2011, portando a termine il programma nucleare avviato dal padre Kim Jong-il. Kim Jong-Un è stato scelto dal padre per le sue qualità, tuttavia sarebbe errato considerarlo un suo delfino, giacché a differenza del padre non è stato formato sugli standard sovietici, vantando un’istruzione europea e un carisma simile a quello forse di suo nonno Kim il-Sung. Ad ogni modo, Trump e Kim Jong-Un rimangono due leader diversi, che perseguono obiettivi diversi che tuttavia potrebbero anche convergere su alcuni punti sostanziali, ma solo se effettivamente disposti a rinunciare a qualcosa di importante. Trump subordina qualsiasi negoziato alla denuclearizzazione della Corea del Nord, il problema sta nel capire cosa Kim Jong-Un intende per denuclearizzazione, perché non si è ben capito se la sua apertura sia limitata allo smantellamento del programma nucleare o si estenda anche alla completa distruzione dell’arsenale nucleare, con annessi vettori balistici intercontinentali. L’obiettivo di Kim Jong-Un sembra essere la riconciliazione con la Corea del Sud, o quanto meno la rottamazione dello stato di guerra che impedisce al suo paese di agganciarsi al poderoso sviluppo economico delle “tigri asiatiche”, e per farlo necessita la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti.

Trump USA, Moon Jae-in Corea e Shinzo Abe Giappone
( Trump con i suoi alleati asiatici Moon Jae-in e Shinzo Abe )

 

Tuttavia, Pyongyang sarebbe disposta a rinunciare alla sua polizza di sicurezza nucleare, sicché potrebbe concludere e smantellare il proprio arsenale nucleare, conservando il proprio arsenale, rivendicando lo stesso rango di potenza nucleare di Pakistan, India e Israele, che come la Corea del Nord hanno sviluppato il loro programma nucleare in violazione del Trattato di Non Proliferazione (TNP), senza incorrere nelle medesime sanzioni americane. Tale scenario se confermato, permetterebbe agli USA di conservare il loro dispositivo militare in Corea del Sud, escludendo nell’immediato il processo di reintegrazione coreana, che in ogni caso innescherebbe drastici mutamenti strategici, inducendo il Giappone a riequilibrare lo status-quo regionale sviluppando un proprio arsenale nucleare, che teoricamente potrebbe essere anche piuttosto rapido date le considerevoli scorte di uranio arricchito. Tuttavia lo scenario di un Giappone nucleare, e addirittura di una Corea riunificata e per di più nucleare, danneggerebbe oltre modo la Cina, permettendo il rafforzamento degli alleati di Washington e la destabilizzazione delle condizioni che stanno favorendo la propria egemonia regionale, ragion per cui tale ipotesi sembra la più rischiosa e meno probabile.

Ritornando alla prospettiva di riappacificazione coreana, per quanto Trump possa essere favorevole, questo scenario innescherebbe implicazioni strategiche non indifferenti, giacché una Corea pacificata imporrebbe un ridimensionamento del dispositivo militare americano in Asia, che inevitabilmente rafforzerebbe la posizione della Cina, proprio mentre quest’ultima comincia ad imporsi come potenza regionale egemone. Anche la risoluzione della crisi nordcoreana sembra destinata ad essere subordinata all’indirizzo strategico del Pentagono, che negli Stati Uniti solitamente riesce a prevalere sull’indirizzo politico della Casa Bianca, e lo stesso Trump non sembra avere la forze necessarie per sovvertire questa consuetudine consolidata, che storicamente rende gli USA una macchina amministrativa a guida autonoma che consente pochi margini politici persino ai migliori degli statisti. Sempre sul piano strategico, cedere l’arsenale nucleare dopo anni di stringenti sanzioni internazionali esporrebbe Pyongyang a rischi non indifferenti, soprattutto alla luce di quel che resta della credibilità internazionale degli USA, che puntano sfacciatamente per una soluzione libica della crisi, ovvero allo smantellamento del programma nucleare e la normalizzazione delle relazioni bilaterali, che in Libia è durata appena qualche anno fino al 2011, quando gli USA revocarono le garanzie precedentemente fornite, predisponendo il rovesciamento di Gheddafi, illusosi di poter trovare un modus vivendi con Washington. Purtroppo questi precedenti hanno contribuito a degradare ulteriormente la posizione internazionale americana, e quanto oggi valga la credibilità internazionale degli Stati Uniti sotto l’attuale amministrazione Trump è sotto gli occhi di tutti, basti considerare il recentissimo ripudio degli accordi nucleari stipulati nel 2015 con l’Iran.

Kim Jong-Un Corea del Nord, Saddam Hhussein Iraq e Gheddafi Libia
( Kim Jong-Un alle prese con le credenziali internazionali USA )

A questo punto è più che lecito pensare che anche con tutta la buona volontà nordcoreana, nulla garantisce Pyongyang da possibili rescissioni unilaterali da parte americana, con il serio rischio di consegnare le proprie armi nucleari a chi qualche anno dopo potrebbe decidere ugualmente di mettere a ferro e fuoco il tuo paese, è questo il dilemma di Kim Jong-Un, credere agli USA, sperando di aver maggior fortuna della Libia di Gheddafi e dell’Iran, a cui solo qualche giorno fa è stata contestata la “violazione dello spirito dell’accordo”, nonostante l’AIEA certifichi tutt’oggi il pieno rispetto iraniano dei termini dell’accordo. Ad ogni modo, i nordcoreani sono ben consapevoli dell’inaffidabilità degli USA, che solo qualche anno fa hanno sabotato l’implementazione degli “Accordi Quadro” firmati precedentemente, inducendo Pyongyang a riprendere nuovamente il proprio programma nucleare. Non ci resta che attendere il prossimo vertice di Singapore di Giugno, per sapere se questo rinnovato clima distensivo porterà ad una vera svolta, o all’ennesima illusione, allora capiremo se Trump possiede le credenziali per aprire un percorso nuovo, diverso da quello promosso dal suo predecessore George Bush, e soprattutto avremo modo di vagliare quanto Kim Jong-Un abbia imparato da suo padre Kim Jong-il, dalla liquidazione della Libia di Gheddafi e dalla recente illusione dell’Iran.

Perché come per la Siria, anche in Corea il tutto si riduce ad una questione di credibilità.

 

PER SAPERNE DI PIU’:

Conosciamo la Corea 1  – Conosciamo la  Corea 2
Conosciamo la Corea 3  – Conosciamo la Corea 4
Il programma nucleareIl programma missilistico
Attacco nordcoreano  – Attacco Americano